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The Official Website of Paul Michael Glaser
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Update: February 6, 2007 |
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ISRAEL CANCER RESEARCH FOUNDATION
LOS ANGELES, FEBBRAIO 2007
“Ricerca”: cercare ancora, cercare di nuovo. Cercare in posti dove non si è mai posato lo sguardo prima. Essere disposti ad inoltrarsi nell’ignoto e a fallire…essere disposti ad essere nel torto. E’ quasi assiomatico, così come una buona definizione di creatività: per essere disposti a trovare si deve essere disposti a perdersi. Quando ero Presidente della EGPAF, io stesso e il dottor Phil Pizzo creammo la Glaser Pediatric Research Network, come risposta al bisogno di mantenere attiva la ricerca sull’HIV in un tempo in cui la comunità scientifica e medica aveva fornito già sufficienti progressi e farmaci così da creare l’illusione che l’HIV/AIDS fosse diventata una malattia “trattabile”. Mentre noi sappiamo quanto questo ne sia a stento il caso. Quindi noi prendemmo a prestito il modello della collaborazione interdisciplinare che Elizabeth aveva creato e finanziato in modo che gli scienziati si scambiassero le loro idee, lavorassero insieme, e cercammo di applicarlo non solo ad una rete di Università e di scuole ospedaliere e ai loro ricercatori, ma anche al mondo della malattia. Poiché il concetto è che mentre si considera vantaggioso, addirittura obbligatorio per gli esseri umani collaborare e condividere la loro ricerca, le malattie sono sempre state “collaborative” fin dall’inizio della vita, non vivono isolate l’una dall’altra, e quindi sarebbe prezioso il fatto di cercare di mettere in relazione la ricerca su una malattia alla ricerca su un’altra malattia. Noi potremmo imparare sul cancro e su altre malattie dalla ricerca sull’HIV/AIDS, e potremmo apprendere di più sull’HIV/AIDS dalla nostra ricerca su altre patologie. Dopo tutto, la ricerca sull’HIV/AIDS è la ricerca stessa sul nostro sistema immunitario ed esso rappresenta la nostra prima porta di comunicazione con la malattia e la nostra prima linea di difesa. E per quanto il concetto appaia semplice, e ci siano molti esempi di farmaci che sono stati studiati per una determinata malattia e scoperti poi efficaci per un’altra, non fu altrettanto semplice portare la gente a capire il concetto e ad utilizzarlo. Fu difficile insegnare ad altri membri del Consiglio ed addetti della Fondazione a comprendere un nuovo modello e a fare qualcosa di creativo al di fuori della loro “area di sicurezza”, a prendersi qualche rischio su un’idea non sperimentata. Non fu semplice far sì che gli scienziati cambiassero i modelli della loro ricerca e ampliassero i parametri dei loro studi per tenere conto di quei dubbi ed errori, di quelle soluzioni che ci sorprendono quando compaiono dal nulla, come succede nel 90% delle occasioni. I ricercatori tendono a limitare la loro visione mentre focalizzano l’attenzione sul loro obiettivo. In quel modo tutto è più comodo, più controllabile. E’ più facile credere che ci si può avventurare nell’ignoto e controllare, se non sradicare, la paura di sentirsi persi, fissando dei precisi parametri e cercando di mantenere l’illusione del controllo. Nel nostro mondo odierno, dove la paura e il nostro conseguente bisogno di controllo è così grande. Dove evitare il rischio, la paura di esporsi troppo, la paura di porsi difficili domande e quella di cercare e dire la verità è la norma, il coraggio è sopra la pari. Nella burocrazia della politica, degli affari, della scienza e delle arti, la paura ci induce a camminare a passi serrati, a cercare sicurezza nella conformità. Si potrebbe considerare che storicamente questa è sempre stata la condizione umana, eccetto per il fatto che mai le persone del nostro mondo hanno vissuto a così stretto contatto e si sono sentite tanto distanti…tanto impaurite, così prive di speranza in un futuro, così bisognose di un qualche senso di potere per controllare i loro destini. Oggi la nostra ricerca per la conoscenza è la nostra sola speranza. Non solo per le immediate e le non immediate risposte per la nostra vita quotidiana, per la nostra salute e il nostro benessere, ma per la riaffermazione della nostra più grande risorsa umana, la nostra fede. Quando impariamo, scopriamo o riveliamo qualcosa, noi intuitivamente comprendiamo che ciò è qualcosa che fa parte di un intero corpo, di un universo, se volete, del sapere che è lì da sempre. Non l’abbiamo creato noi. L’abbiamo scoperto. Abbiamo messo in luce, rivelato qualcosa che appartiene ad un intero corpo di conoscenza…di consapevolezza. E in quell’atto di scoprire, noi ci ri-uniamo a questo corpo. Come se, descrivendo il nostro braccio o la nostra gamba come un “membro” del nostro corpo, noi lo ri-membrassimo, lo ri-unissimo. E in quel momento di connessione, noi sperimentiamo che siamo parte di quel corpo, una parte del Tutto, e che il Tutto è una parte di noi. Sperimentiamo che non siamo soli nella nostra lotta, che siamo parte di qualcosa di più grande di noi, più grande di questa stessa vita. E in quel momento di scoperta e di connessione, noi sperimentiamo la fede. E durante quell’esperienza di fede, di certo comprendiamo una cosa…che siamo qui per appartenere, che siamo qui per essere UNO con il tutto. Che questa conoscenza è il dono dell’essere umano, e che noi abbiamo la capacità di scegliere. Possiamo scegliere se abbiamo intenzione di sopravvivere come forma di vita, di evolvere oltre le limitate risorse della nostra Madre Terra e colonizzare altrove nel nostro sistema solare, o invece se saremo vittime della nostra natura animale che ci vedrà distruggere noi stessi e l'uno con l'altro a causa della nostra paura, avidità e stupidità. Israele non è altro che un edificio di coraggio e di fede. La storia delle realizzazioni ebraiche in così tanti aspetti della vita attraverso la storia del mondo e la relativamente breve storia di Israele come nazione è eccezionale. I contributi alla scienza, alla medicina, alle arti e alla letteratura sono andati oltre lo straordinario. Questioni politiche a parte, tanto Israele è diventato il parafulmine della paura del mondo, quanto è assurto a simbolo della capacità dell’uomo di sopravvivere e conservare la fede poiché essa è radicata nella tradizione ebraica dell’apprendimento. E sebbene una storia di antipatia verso il popolo ebraico e la sua aspirazione alla conoscenza potrebbe rappresentare il bisogno della nostra natura di colpire con il risentimento, l’odio, la gelosia e l’invidia derivanti dalla sua stessa paura di impotenza, è così pure nella nostra natura umana trovare compassione per noi stessi e per gli altri nella nostra paura, di identificare i nostri cuori. Ed è la nostra umana natura che sente il bisogno di sentirsi unita, che desidera profondamente imparare, scoprire, ri-unirsi, ri-appartenere. Guardiamo alla situazione del mondo oggi e c’è poco spazio per la speranza. Qualche volta guardiamo da un’altra parte e fingiamo che non stia realmente accadendo, oppure diciamo che la responsabilità è di qualcun altro e che non tocca a noi occuparcene, perché non vogliamo affrontare la nostra opprimente paura della nostra impotenza nel fare, nell’avere influenza su una qualunque cosa. In verità, siamo molto fortunati a vivere in quest’epoca. Siamo fortunati perché abbiamo una scelta. E se non distogliamo lo sguardo, la nostra paura è sempre là per mostrarci che possiamo scegliere, per mostrarci i nostri cuori, e che essa è la nostra compagna. Essa ha un proposito. Il fine della nostra paura è offrirci l’opportunità di amare.
Paul Michael Glaser
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